Photoshop dovrebbero proibirlo per legge – Gianni Berengo Gardin
“Io non ce l’ho con la fotografia digitale, ce l’ho con Photoshop”.
In poche parole, Gianni Berengo Gardin pone una questione che va ben oltre la contrapposizione tra fotografia analogica e fotografia digitale.
Il punto, per il grande fotografo veneziano (1930-2025), è il rapporto tra fotografia e realtà. Una fotografia può essere scattata con una macchina digitale o con una pellicola, ma quando si interviene sull’immagine per eliminare un palo (velato riferimento a Steve McCurry?), una macchina o qualsiasi altro elemento presente nella scena, secondo Berengo Gardin si supera un confine: non si sta più semplicemente fotografando ciò che c’era, ma costruendo una nuova immagine.
La sua posizione può apparire radicale, soprattutto oggi, in un’epoca in cui la post-produzione è parte integrante del processo fotografico. Eppure contiene una domanda ancora molto attuale: quanto può essere modificata una fotografia prima di smettere di essere una testimonianza?
Non è un caso che Berengo Gardin abbia scelto di rendere esplicita questa sua idea anche sulle sue stampe. Sul retro delle fotografie autentiche, infatti, apponeva un timbro verde con la scritta “Vera fotografia”. Un gesto semplice ma fortemente simbolico: quasi un certificato personale che ribadisce il suo modo di intendere la fotografia e il rapporto di fiducia con chi la osserva.
Forse, quindi, il vero problema non è Photoshop in sé, ma la trasparenza. Ritoccare una fotografia può essere una scelta legittima, creativa e persino necessaria. Ma se l’immagine viene presentata come documento della realtà, alterarne il contenuto senza dichiararlo significa cambiare il rapporto di fiducia con lo spettatore.
La provocazione di Berengo Gardin resta così attuale: più che proibire gli strumenti di fotoritocco, forse dovremmo pretendere che il fotografo dichiari sempre che cosa ha fotografato e che cosa, invece, ha costruito.
E quel piccolo timbro verde, “Vera fotografia”, diventa allora qualcosa di più di una firma: è una presa di posizione. Un modo per dire allo spettatore: quello che vedi è ciò che ho fotografato.
È proprio in questa distinzione tra fotografia e immagine che si apre una delle discussioni più interessanti sulla fotografia contemporanea.
Guarda il video con l’estratto della sua dichiarazione
Io non ce l’ho con la fotografia digitale, ce l’ho con Photoshop. Photoshop dovrebbero proibirlo per legge perché non è la realtà. Se un fotografo tarocca una sua fotografia, leva un palo, o leva una macchina, non è più fotografia, è immagine. E quindi mi va bene, se lo dichiarano però: fotografia taroccata da me al computer.
