Mostra Saul Leiter – Una finestra punteggiata di gocce di pioggia (Monza, 2025)
Sono stato a Monza a visitare la mostra “Saul Leiter. Una finestra punteggiata di gocce di pioggia”. Si tratta della prima grande mostra allestita in Italia dedicata a Saul Leiter. È ospitata presso il Belvedere della Reggia di Monza e visitabile dal 1° maggio al 31 agosto 2025.
Organizzata da Vertigo Syndrome in collaborazione con diChroma Photography e curata da Anne Morin, l’esposizione raccoglie 126 fotografie in bianco e nero, 40 a colori, 42 dipinti, oltre ad alcune riviste d’epoca dedicate all’autore. Un’occasione unica per entrare nel mondo di Saul Leiter, fotografo di cui apprezzo molto lo stile e la filosofica e che, come sottolinea la curatrice “era sintonizzato sul piccolo piuttosto che sul grande, sul silenzio piuttosto che sul rumore”.
Saul Leiter nacque a Pittsburgh nel 1923, figlio di un rabbino che avrebbe voluto vederlo intraprendere la strada della teologia. Ma Saul aveva altri sogni e scelse un’altra via. Nel 1946 si trasferì a New York per dedicarsi alla pittura. In quegli anni, però, la fotografia iniziò ad attirare la sua attenzione. I suoi primi scatti furono in bianco e nero, ma ben presto scoprì il potere espressivo del colore, grazie alle pellicole Kodachrome. Una scelta coraggiosa per l’epoca: nel secondo dopoguerra, infatti, la fotografia “seria” era ritenuta solo quella in bianco e nero, mentre il colore veniva relegato al mondo della pubblicità o delle immagini amatoriali. Leiter, invece, ne fece il cuore della sua visione, diventando uno dei pionieri della street photography a colori.
In quel periodo lavorò come fotografo di moda, collaborando con riviste come Harper’s Bazaar, Elle e Vogue. Ma nel tempo libero scattava anche foto di strada a New York per puro piacere personale. Per decenni queste immagini rimasero chiuse nei suoi archivi, invisibili al mondo. Fu solo a partire dagli anni Novanta che Leiter iniziò a condividere le sue fotografie, ricevendo subito un grande apprezzamento. Il riconoscimento definitivo arrivò nel 2006 con la pubblicazione del volume Early Color, che consacrò il suo lavoro come una pietra miliare della fotografia contemporanea.
Il nome della mostra ci ricorda una frase di Leiter:
Una finestra coperta di gocce di pioggia mi interessa più di una fotografia di un personaggio famoso.
Saul Leiter non ha mai rincorso la celebrità, anzi, per tutta la vita l’ha volutamente evitata. Nel suo studio a Manhattan, circondato da scatole di diapositive, ritagli di carta e tele incompiute, conduceva una vita semplice, quasi monastica. Ha stampato soltanto una piccola parte delle sue fotografie, lasciando migliaia di negativi e diapositive nei suoi archivi, molti dei quali sarebbero stati scoperti solo dopo la sua morte, avvenuta nel 2013.
Ha preferito vivere lontano dai riflettori, ma questo anonimato per lui era un privilegio. Mentre tanti fotografi inseguivano il riconoscimento, lui preferiva una vita semplice. Fotografava ciò che lo affascinava, senza preoccuparsi di compiacere gli altri o di ottenere approvazioni. La sua era una ricerca intima, personale, un dialogo silenzioso con la realtà che lo circondava. La fama non gli interessava: ciò che lo rendeva felice era la fotografia stessa. Amava guardare più che possedere. Non gli interessava catturare l’evento clamoroso, ma il riflesso, il dettaglio, la luce che cadeva su un volto per un attimo soltanto. Come un pittore antico, era più affascinato dall’ombra che dall’oggetto, più dalle possibilità che dalla certezza.
Guardare le fotografie di Saul Leiter è come entrare in un sogno che non si vuole finire. Ogni immagine sembra un frammento staccato da una storia più grande. Non c’è mai un inizio o una fine netta: c’è piuttosto un flusso continuo di dettagli, luci, ombre e riflessi. Nulla è compiuto, nulla è fisso.
Per oltre sessant’anni, New York è stata il teatro silenzioso della sua poesia visiva. Ma Leiter non ne ha inseguito i simboli iconici: grattacieli, luci al neon, traffico frenetico. Guardava la città con uno sguardo diverso, lento, intimo. Dove altri rincorrevano il clamore, lui si soffermava sull’invisibile: un riflesso in una vetrina, il disegno di una goccia di pioggia, l’ombra che si allunga tra due passanti.
Nei suoi primi lavori in bianco e nero, diventava un esploratore silenzioso, attento ai dettagli che sfuggono: un gesto improvviso, un volto appena accennato dietro un vetro appannato. Leiter non voleva raccontare la città in modo didascalico: preferiva ascoltarla, coglierne i sussurri.
La sua idea di fotografia nasceva da una convinzione semplice e radicale: la bellezza può nascondersi ovunque. Non serve andare dall’altra parte del mondo, perché anche tra le strade del proprio quartiere accadono piccole meraviglie. Basta solo saper osservare.
Lo stile di Saul Leiter si distingue proprio perché ha scelto di guardare dove gli altri non guardavano. Mentre molti fotografi inseguivano l’assoluta nitidezza, lui preferiva lo sguardo filtrato: finestre appannate, riflessi sui vetri, tende semitrasparenti, pioggia che scivola su un parabrezza. Tutti quegli elementi che spesso vengono considerati un ostacolo, per lui diventavano parte dell’immagine stessa, materia viva che trasformava la fotografia in una composizione a più strati.
Il colore, poi, non era per Leiter un semplice ornamento, lo usava come elemento espressivo, saturando le sue immagini con tonalità audaci capaci di trasformare ordinarie scene di strada in composizioni astratte.
La sua formazione da pittore è sempre rimasta presente. Ogni fotografia sembra concepita come una tela: attenta nella disposizione delle forme, raffinata nella scelta delle tinte, costruita con una sensibilità cromatica che pochi suoi contemporanei possedevano. Leiter dimostrava che la bellezza non risiede nei momenti eclatanti, ma nei dettagli trascurati, nei frammenti silenziosi della vita quotidiana.
Già alla fine degli anni Quaranta, quando iniziò a sperimentare con le pellicole a colori, Leiter guardava attraverso l’obiettivo con lo stesso sguardo che aveva davanti a una tela. La fotografia e la pittura per lui non erano linguaggi separati: si intrecciavano, si contaminavano, diventavano due facce della stessa ricerca.
Il colore, allora, non era solo tinta ma spazio, ritmo, respiro. Ogni scatto era come una pennellata che univa ciò che si vede e ciò che si sente, un ponte silenzioso tra la realtà esterna e il mondo interiore.
Anche le prime fotografie in bianco e nero di Saul Leiter catturano il mondo sul confine del tempo, prima che la storia abbia la possibilità di dispiegarsi. Un gesto appena accennato, un dettaglio sfuggente, quasi impercettibile.
Ogni immagine sembra sospesa per un istante, fragile come un battito di ciglia, al margine di ciò che resta invisibile. Sono annotazioni visive: frammenti minimi e precisi che racchiudono un’intera atmosfera. Il ritmo di ciascuno scatto ricorda un haiku, dove la suggestione conta più della narrazione.
Nel bianco e nero, Leiter si muove come un calligrafo: segni rapidi, decisi, senza esitazioni. La sua scrittura visiva è silenziosa, sobria e intuitiva. Non racconta, ma evoca, lasciando allo spazio vuoto il compito di completare l’immagine e di parlare al posto suo.
Leiter amava giocare con ciò che vedeva, creando giochi ottici, costruendo veri e propri intrecci visivi: piani sovrapposti, riflessi che disorientano, superfici che si scambiano di posto e confondono l’occhio. La sua New York non è la città dei grandi gesti, ma dei margini, delle soglie, delle zone intermedie. Qui il positivo si trasforma in negativo, l’immagine si moltiplica, ruota e si dissolve.
Attraverso ombre, vetri, specchi e rifrazioni, Leiter ribalta la superficie del mondo. Ci invita a guardare con più attenzione, a sospendere il giudizio su ciò che crediamo di vedere, perché tra apparenza e realtà esiste sempre un passaggio segreto che solo uno sguardo attento può rivelare.
Ho apprezzato molto il modo in cui è stata allestita la mostra, così come il sottofondo musicale che accompagna la visita, contribuendo a creare un’atmosfera unica e avvolgente.
La mostra è concepita come un’esperienza che porti il visitatore non solo ad osservare le foto, ma ad immergersi nel mondo di Saul Leiter e nella sua poetica.
Vetri smerigliati, specchi, superfici traslucide e persino una cascata d’acqua trasformano lo spazio in un ambiente in cui la realtà si filtra, si riflette e si frammenta, invitando chi osserva a percepire il mondo come faceva il fotografo.
Sono state allestite alcune stanze o angoli in cui possiamo diventare noi stessi dei fotografi, provando a ricreare un’immagine di Saul Leiter con la nostra macchina fotografica o con il nostro telefono. Questo per immedesimarci e capire quale poteva essere lo sguardo del maestro.
Ho trovato questa proposta molto interessante, e ovviamente ho colto l’occasione anch’io per calarmi nei panni di Saul Leiter.
La mostra si conclude in una saletta dove viene proiettato un estratto del documentario In No Great Hurry: 13 Lessons in Life with Saul Leiter, che offre l’opportunità di ascoltare direttamente la voce del fotografo nel suo studio e di entrare nel suo pensiero.
Leiter era convinto che “tutto può essere fotografato”. La sua attenzione si posava sulla bellezza dei dettagli più semplici, spesso invisibili agli occhi degli altri. Per lui, l’elemento fondamentale da coltivare era l’occhio, la capacità di guardare davvero. Non ho una filosofia, diceva, ho una macchina fotografica.
Saul Leiter ci insegna a fermarci, osservare, essere curiosi e scorgere il mondo da prospettive insolite. Le sue immagini ci ricordano che il mondo può essere letto anche nei piccoli dettagli: una finestra appannata, un ombrello rosso che attraversa la pioggia.
Il suo approccio è un insegnamento prezioso per chi ama fotografare: guardare senza fretta, lasciarsi sorprendere dalla vita, cogliere la bellezza nelle piccole cose.
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