Mostra Mario Giacomelli Il fotografo e il poeta Milano 2025

Martedì 12 agosto 2025 sono stato a Milano a visitare la mostra “Mario Giacomelli Il fotografo e il poeta”. La mostra, a cura di Bartolomeo Pietromarchi e Katiuscia Biondi Giacomelli, è stata ospitata presso il Palazzo Reale di Milano dal 22 maggio al 7 settembre 2025.





Mostra Mario Giacomelli Il fotografo e il poeta Milano Palazzo Reale 2025Mario Giacomelli nasce a Senigallia (Ancona) nel 1925 e muore nel 2000 sempre nella sua città natale, con cui ha sempre mantenuto un legame profondo e costante. La sua opera continua a essere una delle più originali e riconosciute della fotografia italiana del Novecento.

Giacomelli non è mai stato un fotografo professionista, la sua professione era quella di tipografo. E proprio la sua formazione come tipografo influenzò notevolmente il suo approccio alla fotografia, plasmando la sua tecnica e la sua visione concettuale. Iniziò a fotografare negli anni Cinquanta da autodidatta, scoprendo nella fotografia uno strumento per esprimere la sua creatività e il suo mondo interiore.

È stato un poeta visivo e un artista instancabile. La sua fotografia non racconta semplicemente ciò che accade, ma trasmette stati d’animo, ricordi e sogni. Come un poeta fa con le parole, Giacomelli con la sua fotocamera costruisce i suoi mondi attraverso segni essenziali, frammenti di luce e ombra, linee e superfici cariche di suggestione.

Il suo stile è caratterizzato da un bianco e nero intenso, contrasti forti e forme che catturano l’attenzione. Le sue fotografie sono sospese tra memoria e immaginazione, tra quotidiano e simbolo, tra documentazione e sogno.

Non si limita a mostrare ciò che vediamo, ma entra sotto la superficie delle cose, trasformando corpi, gesti, oggetti e paesaggi in immagini poetiche, ricche di significato.

La mostra esplora proprio questo: il dialogo tra immagine e parola, tra fotografia e poesia, tra vita e arte. Attraverso le sue serie più celebri e le collaborazioni con grandi poeti, Giacomelli ci invita a guardare la realtà con occhi nuovi, trasformando il quotidiano in esperienza visiva e poetica.

SALA 1 – Per poesie e Favola, verso possibili significati interiori

La prima sala presenta due serie: Per poesie (1960/1990) e Favola, verso possibili significati interiori (1983/1984), che sono una sorta di dichiarazione poetica del modo in cui Giacomelli concepisce la fotografia.

Qui possiamo notare come il fotografo costruisce le sue immagini: non parte da un tema già deciso, ma prende fotografie fatte in periodi e contesti diversi e le trasforma in nuove storie.

La serie Per poesie è come un grande archivio vivo: ogni foto è un frammento pronto a trovare il suo posto in un racconto o in una composizione.

In Favola, verso possibili significati interiori, invece, Giacomelli lavora con oggetti e materiali: ferri contorti, cemento, strutture industriali abbandonate.
Li accosta in modi strani o stagliati contro cieli bianchi e corrosi, trasformandoli in segni e simboli. Così la realtà si trasforma in immaginazione e poesia.

SALA 2 – L’infinito

La seconda sala è dedicata a L’infinito, serie realizzata tra il 1986 e il 1988 e ispirata all’omonima poesia di Giacomo Leopardi, e a Presa di coscienza sulla natura (1976-1980).

Giacomelli si concentra sul tema dell’infinito: quel senso di grandezza e mistero che proviamo davanti alla natura e ai nostri pensieri.

Le fotografie mostrano il colle di Recanati, con la famosa siepe che limita la vista, ma che allo stesso tempo apre lo spazio all’immaginazione.

Le immagini alternano parti solide, come muri o strade, e scene più sfumate o mosse, che lasciano spazio all’immaginazione.

In questo modo la poesia diventa visione: vediamo non solo il luogo, ma anche le emozioni che suscita.

SALA 3 – Bando

Si prosegue poi con la terza sala, dedicata alla serie Bando (1997-1999), ispirata alla poesia omonima di Sergio Corazzini. Giacomelli la realizza alla fine degli anni ’90, in un momento di grande maturità.

Le immagini sono volutamente disposte in gruppi di quattro, in modo che lo spazio tra di esse formi il segno di una croce. Una croce simbolica che richiama vita, morte e rinascita.

In questa serie, Giacomelli utilizza un lungo e meticoloso processo di preparazione per costruire le sue immagini. Utilizza oggetti trovati sul posto, detriti di edifici demoliti, frammenti di materia che vengono mossi, spostati, riorganizzati nello spazio, e li unisce all’uso del bianco e del flash per esaltare la realtà e la sua interpretazione personale. Le figure sembrano sospese e sfuggenti, come parole che non riescono a essere dette (quindi messe al bando).

SALA 4 – Io non ho mani che mi accarezzino il volto e Scanno

Nella quarta sala troviamo esposte le foto delle serie Io non ho mani che mi accarezzino il volto (1961–1963) e Scanno (1957, 1959).

La famosa serie dei Pretini, probabilmente la più celebre di Giacomelli, è anche una delle mie preferite, e ve ne ho già parlato in un altro articolo.

Ispirata alla poesia di Padre David Maria Turoldo, la serie è stata realizzata tra il 1961 e il 1963 presso il Seminario Vescovile di Senigallia.

Giacomelli entra in questo luogo quasi per caso, spinto dall’idea di fotografare la vita quotidiana dei seminaristi. Ma ciò che succede lì diventa molto più di un semplice reportage.

All’inizio, infatti, Giacomelli osserva i ragazzi da lontano: li vede camminare in cortile, giocare, pregare, studiare. Sono giovani, pieni di energia, e vivono in un ambiente che è allo stesso tempo rigido e protetto. Pian piano, inizia a entrare in confidenza con loro. Non vuole rappresentare la loro vita in modo realistico o didascalico; vuole invece coglierne lo spirito, l’emozione, la tensione tra infanzia e disciplina, tra gioia e regola.

Così, invece di limitarsi a documentare, decide di intervenire. Prova a farli muovere, correre, giocare in modo libero. Organizza veri e propri “quadri”, ma senza farli sembrare costruiti: suggerisce giochi, piccole scene, gesti spontanei che i ragazzi interpretano naturalmente.

Il cortile del seminario diventa un palcoscenico di luce e bianco. E proprio il bianco è uno degli elementi chiave della serie: Giacomelli sovraespone volutamente le fotografie, lascia che la luce “mangi” il dettaglio, cancelli lo sfondo, e faccia emergere soltanto le sagome. I ragazzi diventano forme nere in movimento, figure leggere, quasi uccelli in volo.

Questo effetto visivo non è semplicemente estetico. Racconta l’adolescenza, quel momento della vita in cui tutto è in trasformazione: si è ancora bambini, ma si inizia a sentire il peso delle scelte, della responsabilità, del mondo adulto che arriva.

La poesia che dà il titolo alla serie parla proprio di questo: il desiderio di essere visti, riconosciuti, amati, in un momento della vita in cui ancora non si è pienamente se stessi. È un titolo che aggiunge profondità emotiva alle immagini, come se quelle sagome nere non fossero solo ragazzi, ma simboli di una fragilità universale.

Guardando la serie, si ha la sensazione di assistere a una danza: a volte festosa, a volte inquieta. C’è gioco, c’è movimento, ma c’è anche silenzio. La fotografia non racconta il seminario come istituzione: racconta l’adolescenza come condizione umana. Quel momento delicato in cui si cerca il proprio posto nel mondo.

In Scanno, invece, vediamo scene della vita di un piccolo borgo abruzzese (Scanno, in provincia di L’Aquila) negli anni ’50: bambini, strade, cortili. Qui il movimento dei corpi e il contrasto tra luce e ombra creano un ritmo simile a quello dei pretini, ma con un carattere più quotidiano e poetico. Tra queste immagini spicca il celebre “Bambino di Scanno” (1957), oggi parte della collezione del MoMA di New York.

SALA 5 – Passato e Caroline Branson da Spoon River

La quinta sala esplora l’amore, con le serie Passato (1986–1990) e Caroline Branson da Spoon River (1967– 1973).

Passato, ispirata ai versi di Vincenzo Cardarelli, nasce dopo la morte della madre di Giacomelli e percorre i luoghi della memoria, affidando a una giovane parente, suo alter ego, il ruolo principale.
Luoghi, ricordi e corpi si fondono in un tempo senza età, creando immagini intense e poetiche.

Lunghi capelli fluttuanti, rami spogli e paesaggi familiari emergono da un passato che continua a vivere e a trasformarsi.

Gli stessi capelli mossi dal vento che si ritrovano nella serie Caroline Branson, sono di Rita, figlia di Giacomelli, ritratta nei primi anni Sessanta.

La serie Caroline Branson da Spoon River, nata dalle suggestioni della celebre antologia poetica di Edgar Lee Masters, mostra un mondo visto attraverso lo sguardo della passione. Qui Giacomelli usa sovrapposizioni e ripetizioni di volti e corpi per dare forma alle emozioni, mescolando poesia e fotografia in modo originale.

SALA 6 – Passato e Caroline Branson da Spoon River

Questa sala celebra la collaborazione di Giacomelli con il poeta Francesco Permunian, che ha dato origine a due serie: Il teatro della neve (1984–1986) e Ho la testa piena, mamma (1985-87).

Le fotografie dialogano con i versi: la neve diventa simbolo del tempo sospeso, le sovrimpressioni mostrano fragilità e memoria.

La fotografia amplifica la poesia, diventando parte del racconto dei sentimenti e della vita.

SALA 7 – Ninna nanna e Felicità raggiunta, si cammina

Si prosegue con la settima sala, dedicata alle serie della maturità. Ninna nanna (1985-1987) e Felicità raggiunta, si cammina (1986–1992) mostrano un Giacomelli sempre più essenziale e intenso.

Ninna nanna, ispirata ai versi di Léonie Adams, racconta la vecchiaia e la fragilità della vita, combinando fotografie di diversi momenti. Volti segnati dal tempo emergono tra bianco e nero e sovrimpressioni, come in un racconto poetico della vita.

Felicità raggiunta, si cammina nasce dalla perdita della madre. Attraverso i versi dell’omonima poesia di Eugenio Montale, Mario Giacomelli riflette sulla felicità fragile e provvisoria, che può dissolversi in un attimo.

Le immagini mostrano il cammino incerto dell’esistenza, sospeso tra gioia e disincanto, trasformando la fotografia in pura emozione poetica.

SALA 8 – Il canto dei nuovi emigranti

Al termine del percorso troviamo la serie Il canto dei nuovi emigranti (1984-1985), ispirata all’omonimo testo di Franco Costabile.

Questa serie parla di perdita e assenza. Durante un viaggio in Calabria, Giacomelli vede un territorio diverso da come se lo aspettava, segnato dall’abbandono con case vuote, persone sospese, paesaggi desolati. Qui la fotografia diventa memoria collettiva, raccontando la lontananza dalla propria terra e l’emigrazione.

Sala immersiva

L’ultima sala è una sala immersiva che avvolge il visitatore nella voce e nelle immagini di Giacomelli. Le parole di Giacomelli e le sue immagini scorrono insieme, creando un’esperienza emotiva e intensa.

Si pone l’accento sui punti cardinali della visione di Mario Giacomelli in un flusso continuo di immagini, parole e suoni. Qui l’opera diventa esperienza sensoriale e interiore, una sinestesia di luce e voce che accompagna il visitatore nel cuore della sua poetica.

Conclusioni

Una mostra molto interessante che permette di entrare nel mondo poetico e visivo di Mario Giacomelli. Ogni sala racconta un aspetto diverso della sua opera: la memoria, l’infanzia, l’amore, la poesia, la fragilità della vita, il legame con la terra e con le persone. Giacomelli con le sue foto ci mostra come la fotografia possa andare oltre il reale, trasformandosi in poesia, in narrazione visiva, in esperienza interiore.

Catalogo della mostra: libro Mario Giacomelli Opere 1954-2000

In occasione di questa mostra, nel centenario della nascita del fotografo, è stato pubblicato anche il volume monografico “Mario Giacomelli. Opere 1954-2000” (ISBN 978-8836660711), ideato e realizzato dall’Archivio Mario Giacomelli.

libro Mario Giacomelli Opere 1954-2000


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Riccardo Perini, autore blog riccardoperini.it

Riccardo Perini

Non sono un fotografo di professione ma sono un appassionato di fotografia. In questo blog propongo approfondimenti su fotografi, libri fotografici e in generale sulla fotografia, inclusi anche alcuni tutorial su macchine fotografiche e strumentazione.

Pubblicato il: 13 Novembre 2025
Categoria: Mostre fotografiche


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