Grafie Interiori, mostra fotografica di Lara Campostrini e Angelo Benedetti (Mantova, 2026)
Sono stato alla Casa del Rigoletto di Mantova per visitare la mostra fotografica Grafie Interiori (3-26 aprile 2026), un intenso dialogo visivo tra gli autori trentini Lara Campostrini e Angelo Benedetti.
Un’esposizione che non si limita a mostrare fotografie, ma costruisce un percorso emotivo e sensoriale in cui ogni immagine diventa frammento di memoria, introspezione e ascolto interiore.
Grafie Interiori è una mostra che riesce a distinguersi per coerenza poetica e profondità narrativa.
I quattro progetti fotografici esposti, due firmati da Lara Campostrini e due da Angelo Benedetti, non cercano mai l’effetto immediato o la spettacolarizzazione dell’immagine, ma invitano il visitatore a rallentare, a sostare davanti alle fotografie, ad ascoltare ciò che emerge nel silenzio.
Pur mantenendo identità stilistiche differenti, i due fotografi condividono una visione della fotografia come linguaggio sensibile, capace di trasformare l’esperienza personale in racconto universale.
Lara Campostrini
Lara Campostrini, nata nel 1982 a Sabbionara di Avio (TN), in Trentino, si avvicina alla fotografia nel 2015, intraprendendo rapidamente un percorso artistico che le permette di ottenere riconoscimenti sia a livello nazionale che internazionale.
La sua ricerca fotografica nasce dall’osservazione della realtà quotidiana, ma nel tempo evolve verso una dimensione sempre più intima e introspettiva.
La cifra stilistica che caratterizza il suo lavoro è l’uso del bianco e nero come linguaggio poetico ed emotivo. Nelle sue immagini, luce e ombra non svolgono soltanto una funzione estetica, ma diventano strumenti narrativi capaci di scavare nella memoria, nelle emozioni e nelle fragilità interiori.
Campostrini utilizza la fotografia come mezzo per reinterpretare il reale, trasformando esperienze personali e vissuti emotivi in immagini sospese, essenziali e profondamente evocative.
R_UMORE
Tra i progetti più intensi della mostra, R_UMORE di Lara Campostrini si presenta come un viaggio profondamente introspettivo, sospeso tra autobiografia e interpretazione simbolica. Le immagini nascono all’interno di una soffitta disabitata, luogo carico di memoria e di tracce invisibili, che diventa teatro di una ricerca interiore fatta di silenzi, presenza e trasformazione.
Lo stile dell’autrice emerge con forza sin dai primi scatti: il bianco e nero contrastato, l’uso del mosso, le deformazioni del corpo e le dissolvenze luminose costruiscono fotografie che sembrano appartenere più alla dimensione emotiva che a quella documentaria. Nulla viene spiegato apertamente. Ogni immagine conserva un’ambiguità sottile, una tensione continua tra ciò che si mostra e ciò che rimane nascosto.
Il volto della fotografa spesso scompare o si dissolve nell’ombra, lasciando spazio al linguaggio del corpo. Le posture, i movimenti e la relazione con gli oggetti presenti nello spazio diventano elementi narrativi essenziali. Campostrini non utilizza il corpo per rappresentare sé stessa in modo diretto, ma come strumento universale di percezione emotiva.
Il titolo stesso, R_UMORE, racchiude il cuore del progetto: da una parte il “rumore” come disturbo interiore persistente, dall’altra “l’umore” come vibrazione emotiva mutevole. Le fotografie sembrano allora visualizzare stati mentali ed emotivi difficili da tradurre in parole. Il risultato è un lavoro estremamente poetico, dove il vuoto, il nero e il silenzio assumono un peso visivo fortissimo.
VARCHI. Oltre la paura
Con VARCHI. Oltre la paura, Lara Campostrini affronta un tema delicato e universale: l’esperienza della malattia e il terremoto emotivo che essa genera. Ma anche in questo caso l’autrice evita qualsiasi approccio descrittivo o documentaristico. Non racconta la malattia dal punto di vista clinico, bensì la trasforma in un paesaggio interiore fatto di fragilità, smarrimento, paura e resilienza.
Le fotografie lavorano per sottrazione. Corpi frammentati, dettagli sfocati, luci soffuse e ombre profonde costruiscono immagini sospese, quasi oniriche, in cui ciò che conta non è l’evento narrato ma la percezione emotiva che esso lascia dentro chi guarda. Campostrini riesce a dare forma visiva a emozioni normalmente invisibili: l’ansia dell’attesa, il senso di perdita, il bisogno di vicinanza e comprensione.
Uno degli aspetti più riusciti del progetto è la capacità di mantenere sempre un equilibrio tra dolore e possibilità di rinascita. La paura non viene negata, ma attraversata. Nei “varchi” evocati dal titolo si apre infatti uno spazio di trasformazione, dove la vulnerabilità diventa occasione di ascolto e consapevolezza.
Molto efficace anche l’inserimento dei testi che accompagnano le immagini. Non si tratta di semplici didascalie, ma di frammenti emotivi che amplificano il dialogo tra parola e fotografia, senza mai sovraccaricare il progetto di retorica.
Anche qui emerge chiaramente la poetica di Lara Campostrini: una fotografia essenziale, emotiva e profondamente umana, costruita sulla relazione tra luce e ombra, presenza e assenza. Il suo stile si fonda su una ricerca interiore coerente, capace di trasformare esperienze personali in immagini aperte all’interpretazione universale.
Angelo Benedetti
Angelo Benedetti, nato nel 1973 a Villa Lagarina (TN), in Trentino, sviluppa il proprio percorso fotografico partendo da una forte curiosità verso il mondo che lo circonda. Tuttavia, il suo sguardo non si limita mai alla semplice osservazione della realtà visibile. Benedetti fotografa soprattutto ciò che percepisce interiormente, trasformando ogni immagine in una traduzione emotiva delle proprie sensazioni.
La sua poetica è racchiusa in una frase che definisce perfettamente il suo approccio: “Fotografo ciò che sento, non ciò che vedo”.
Le sue fotografie evitano la ricerca della perfezione estetica fine a sé stessa e privilegiano invece la dimensione sensibile, contemplativa e percettiva dell’immagine. Sensibilità e tecnica convivono in equilibrio, dando vita a fotografie capaci di suggerire più che mostrare, di evocare più che descrivere.
Nel suo lavoro convivono tonalità morbide, atmosfere rarefatte e un uso molto personale sia del colore sia del bianco e nero. La fotografia di Benedetti invita lo spettatore a rallentare e a osservare il mondo con maggiore attenzione e profondità.
ROMEA: la complessità dell’ovvio
Con ROMEA: la complessità dell’ovvio, Angelo Benedetti realizza uno dei lavori più raffinati e concettualmente solidi della mostra. Il progetto prende forma lungo la Strada Statale Romea, immersa nella nebbia della Pianura Padana, ma ciò che interessa davvero all’autore non è il paesaggio in sé: è il modo in cui la nebbia modifica la percezione dello spazio e del tempo.
La nebbia, nelle fotografie di Benedetti, non nasconde: seleziona. Riduce il superfluo, sospende il mondo e costringe lo sguardo a rallentare. È proprio attraverso questa sottrazione che il paesaggio acquista una nuova profondità emotiva e simbolica.
Le immagini sono caratterizzate da una straordinaria delicatezza tonale. I colori appaiono rarefatti, quasi polverizzati nella luce lattiginosa della nebbia. Le strade, i margini urbani e gli elementi architettonici perdono consistenza concreta per trasformarsi in luoghi mentali, territori della memoria e dell’attesa.
Nel lavoro di Benedetti si percepisce chiaramente una vicinanza ideale alla lezione di Luigi Ghirri, soprattutto nella capacità di trasformare il paesaggio ordinario in esperienza contemplativa. Ma Benedetti sviluppa un linguaggio personale, più intimista e sensoriale, in cui la fotografia diventa uno strumento per “sentire” il mondo più che per descriverlo.
La Romea diventa così un “non luogo” esistenziale, sospeso tra realtà e memoria, tra presenza fisica e dimensione interiore.
CAMERANECOICA
CAMERANECOICA è probabilmente il progetto più immersivo e sperimentale della mostra. Qui Angelo Benedetti riflette sul rapporto tra immagine, silenzio e attenzione, costruendo un’esperienza che coinvolge non solo la vista ma anche il corpo e la percezione sensoriale del visitatore.
Le fotografie vengono presentate in piccolo formato, scelta che obbliga chi osserva ad avvicinarsi fisicamente alle immagini. È un gesto semplice ma potentissimo: per vedere davvero bisogna rallentare, fermarsi, entrare in relazione intima con l’opera.
Il piccolo formato diventa così una dichiarazione poetica contro la velocità e il consumo superficiale delle immagini contemporanee. Ogni fotografia richiede presenza, concentrazione e ascolto.
L’esperienza è amplificata dall’uso delle cuffie antirumore, elemento centrale del progetto. Eliminando il brusio esterno, Benedetti crea una sorta di “camera anecoica” mentale, uno spazio di sospensione in cui l’immagine può essere percepita in modo più profondo e autentico.
Le fotografie, in questo contesto, assumono una qualità quasi meditativa. Non cercano di imporsi allo sguardo, ma attendono pazientemente di essere incontrate. È una fotografia che lavora sulla sottrazione, sul silenzio e sulla delicatezza percettiva.
Anche dal punto di vista stilistico, Benedetti conferma una ricerca molto personale. Le sue immagini nascono dall’equilibrio tra istinto e riflessione, sensibilità emotiva e controllo formale. La tecnica è sempre al servizio dell’esperienza interiore, mai ostentata.
Considerazioni finali
Grafie Interiori è una mostra che richiede tempo, ascolto e disponibilità emotiva. Non è un’esposizione pensata per un consumo rapido delle immagini, ma un’esperienza immersiva che invita a interrogarsi sul modo in cui guardiamo, sentiamo e viviamo la fotografia.
Lara Campostrini e Angelo Benedetti, pur partendo da sensibilità differenti, costruiscono un dialogo estremamente coerente. Da una parte l’introspezione corporea e simbolica di Campostrini, fatta di ombre, frammenti e tensione emotiva; dall’altra la contemplazione silenziosa e percettiva di Benedetti, capace di trasformare paesaggi e dettagli minimi in esperienze interiori.
Il risultato è una mostra intensa, elegante e profondamente contemporanea, dove la fotografia torna a essere non solo immagine, ma spazio di riflessione, ascolto e presenza.
