Prima pensa, poi casomai scatta (Gianni Berengo Gardin)
Ad un incontro a cui ho partecipato nel 2019, ma anche in varie interviste e documentari, Gianni Berengo Gardin (10 ottobre 1930 – 6 agosto 2025) racconta spesso questo aneddoto:
Noi con la pellicola prima di scattare ci pensavamo. Una volta ho visto a Milano una grande pubblicità di una casa produttrice di fotocamere digitali il cui slogan, testuali parole, era “Non pensare, scatta!“. Io invece ai ragazzi dico sempre “Prima pensa, poi casomai scatti“. Non devi scattare sempre, se è il caso scatti.
Questo semplice racconto racchiude in sé la poetica e la filosofia fotografica del grande maestro.
In queste parole non c’è nostalgia, ma una visione precisa del fotografare, maturata in decenni di lavoro sul campo.
Con le macchine fotografiche analogiche, lo scatto aveva un peso: ogni fotogramma richiedeva attenzione, scelta, intenzione. Anche perché il numero di scatti nel rullino era limitato. Oggi invece, con l’avvento delle fotocamere digitali, si è diffusa la tendenza di fotografare “a mitraglia”, accumulando centinaia di immagini nella speranza che, tra quelle, ce ne sia una buona.
Per Berengo Gardin, invece, una fotografia significativa nasce prima nella mente, nello sguardo, nel tempo dedicato a osservare. Scattare non è un gesto automatico, ma la conclusione naturale di un processo di comprensione. È per questo che talvolta attendeva anche due ore prima di premere il pulsante di scatto: il momento giusto non si costruisce con la frenesia, ma con la pazienza e l’ascolto della scena. Ogni attimo possiede una struttura invisibile fatta di luce, relazioni, movimenti, equilibri, e il fotografo deve saperla riconoscere.
Fotografare così diventa anche un gesto etico. Significa rispettare chi abbiamo davanti, non ridurre le persone a semplici bersagli visivi, ma entrarci in relazione con discrezione e misura. Il suo sguardo umanista, lo stesso con cui ha raccontato manicomi, comunità Rom, luoghi di lavoro, città e margini, si fonda su un principio preciso: non si ruba l’immagine, la si attende.
È un approccio che restituisce densità alla fotografia e che oggi, paradossalmente, risuona ancora più attuale. In un mondo saturo di immagini, dove tutto è scattato in modo compulsivo e consumato alla stessa velocità con cui viene prodotto, l’invito di Berengo Gardin a rallentare diventa una forma di resistenza creativa. Ci ricorda che il valore di una fotografia non sta nella quantità, ma nella qualità dell’attenzione che le abbiamo dedicato.
Pensare prima di scattare significa educare lo sguardo, scegliere con cura, dare significato all’atto fotografico. È un modo per tornare a fotografare con consapevolezza. Prima osservi, ascolti, interpreti. Poi, forse, scatti.
In quel “casomai” si nasconde l’intera poetica di un grande autore: la fotografia non è un urlo, ma un gesto misurato, nato da un’intenzione profonda. Ed è proprio questa intenzione che rende ogni immagine capace di raccontare qualcosa che vale davvero.
